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LE SFIDE DELLA MISSIONE ONU: UNA VOCE DA BANGUI

Posted by missionesafa su settembre 24, 2014

24 settembre 2014
Misna

“I centrafricani hanno aspettato con ansia per lunghi mesi il dispiegamento di una missione Onu. Di fatto questo passaggio formale è avvenuto lo scorso 15 settembre con i berretti verdi africani che sono entrati in possesso dei caschi blu. Sono sempre gli stessi soldati ma ora speriamo che abbiano più mezzi a disposizione e che il contingente possa superare i 10.000 elementi”: lo dice alla MISNA da Bangui il segretario generale della Conferenza episcopale del Centrafrica, padre Cyriaque Gbate.

“I caschi blu pattugliano per le strade della capitale e la loro presenza alimenta molte speranze e attese per un futuro di pace, ma le sfide sono tante” sottolinea ancora il religioso, denunciando l’insicurezza e la criminalità soprattutto di notte, ma anche di giorno, in zone ancora ad alto rischio tra cui il quartiere Combattant (nei pressi dell’aeroporto), l’uscita nord della capitale verso Bouira e l’area Km 5, a maggioranza musulmana.

“Bisogna subito procedere al disarmo degli Anti-Balaka che continuano a seminare violenza e paura. Un clima di tensione e incertezza che spinge decine di migliaia di sfollati a rimanere presso chiese, missioni e campi rifugiati allestiti dalle varie ong – prosegue padre Gbate -. Le ferite sono profonde e ancora aperte, motivo per cui la gente ha ancora paura e non vuole tornare a casa. Per non parlare poi di chi una casa non l’ha più”.

A Bangui, dove tuttavia la situazione è migliorata rispetto ai mesi più cruenti della crisi armata scoppiata nel marzo 2013, hanno cominciato a fare ritorno migliaia di cittadini centrafricani e stranieri di confessione musulmana, scappati lo scorso dicembre nei vicini Camerun e Ciad, in fuga dagli attacchi dalle milizie Anti-Balaka. “Mercati e negozi del quartiere musulmano del Km 5 hanno riaperto. Così la convivenza tra cristiani e musulmani è stata riallacciata, dopo mesi di diffidenza e tensioni. Speriamo di poter rivivere in piena coesione sociale, come abbiamo sempre fatto” dice il segretario generale della Conferenza episcopale.

Oltre al disarmo, l’altra sfida per i caschi blu riguarda la situazione di “totale caos” nelle regioni centrali e settentrionali del Centrafrica, un vasto territorio dove l’ex coalizione ribelle Seleka – ritiratasi da Bangui nei mesi scorsi – “sta ancora dettando legge”.

Per padre Gbate, “urge un massiccio dispiegamento della missione Onu nelle principali località settentrionali e centrali dove la popolazione è abbandonata al proprio destino, spesso nascosta nelle foreste in attesa di soccorsi”. Tra le realtà più difficili, geograficamente lontane, dove la gente è isolata anche per via della stagione umida in corso, quelle di Batangafo, Bambari e Kaga Bangoro.

Ma, insiste il segretario generale della Conferenza episcopale, “è anche giunta l’ora di riattivare il sistema giudiziario nazionale per arrestare e processare i responsabili delle violenze. Finché ci sarà impunità regneranno caos e disordine”.

Al di là della presenza dei caschi blu della Minusca, delle truppe francesi di Sangaris e della missione europea Eufor, conclude padre Gbate, “la comunità internazionale deve sostenere economicamente lo Stato centrafricano, le cui casse sono vuote. Gli stipendi vanno pagati. L’esercito, la polizia e la gendarmeria vanno addestrati ed equipaggiati per consentire alle nostre forze di sicurezza di collaborare con i soldati stranieri per la costruzione di una pace definitiva e durevole”.

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