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LA REPUBBLICA CENTRAFRICANA IN ATTESA DEI CASCHI BLU Di Luciano La Rivera Sj, Da Civiltà Cattolica 3939-3940

Posted by missionesafa su settembre 19, 2014

 

Da Civiltà Cattolica 3939-3940

 

            La storia della Repubblica Centrafricana (RCA) è una delle più tragiche del continente africano. Con il nome del territorio dell’Oubangui-Chari essa è la “cenerentola” delle colonie francesi in Africa, e divenne indipendente dal 13 agosto 1964.

Adesso, in gran parte del suo territorio esteso come Francia e Benelux insieme, regna l’anarchia per l’azione di milizie armate in guerra tra loro, che fanno leva sull’appartenenza etnica e religiosa per giustificare soprusi e rappresaglie. Prima è toccato ai cristiani, poi ai mussulmani.

Il caos e la violenza generalizzata sono tattica. Distraggono e disperdono le iniziative della comunità internazionale, affinché i miliziani possano meglio saccheggiare i tesori centrafricani. Un esempio: dal maggio 2013 la RCA è stata sospesa dal processo di Kimberly, che impedisce la vendita internazionale dei “ diamanti di sangue”. Ma il traffico prosegue. Come le violenze e i suoi effetti, che continuano a colpire tutti i 4,5 milioni di centraficani.

Il meraviglioso territorio centrafricano, tra le regioni della savana e della foresta equatoriale e tra i bacini del Nilo e del Congo, ha il destino di essere un paese “ Cerniera” fra le terre cristiane e islamiche, fra le ex colonie francesi e quelle britanniche, tra gli spazi della francofonia e quelli dell’islam. E le sue risorse attirano l’attenzione di nuove potenze. La RCA s’incardina ( e quindi ne assorbe e moltiplica l’instabilità) anche nella regione dei Grandi Laghi, oltre che in quelle del Sahel, dell’Africa Occidentale e, in prospettiva, del Corno d’Africa. Nel Centrafrica emerge quindi il conflitto geostrategico( non soltanto per procura) che oppone le potenze occidentali a quelle “emergenti” in particolare la Cina e alcuni Stati del Golfo.

La stabilità della Repubblica Centrafricana e degli Stati circostanti è in dipendenza reciproca. Se questo Paese diventasse un nuovo hub, o adirittura il trait d’union del terrorismo jihadista africano sarebbe una tragedia assoluta. E il Camerun ne pagherebbe per primo le conseguenze. Purtroppo ci sono segnali che oltre ad alcune milizie islamiste ugandesi, sudanesi e ciadiane, anche i Boko Haram nigeriani e forse gli shabaab somali vogliano sfruttare i territori del Centrafrica come rifugio, fonte di finanziamento da traffici illeciti ( bracconaggio, avorio, oro, diamanti, tratta di persone, estorsioni, transito di droghe ecc.) luogo di recrutamento (soprattutto di bambini – soldato) e addestramento( formale, ma pure sul campo, esercitandosi in violenze).

E’ stato disastroso il ritardo della Comunità Internazionale nell’impedire con la forza necessaria, dal dicembre 2012, le violenze interetniche e il collasso dello Stato Centrafricano. Ma allora la Francia, con l’operazione Serval, e la comunità mondiale, si concentravano sul caos del Mali. Adesso circa 8.000 militari stranieri, di cui 2.000 francesi, presidiano a fatica la sicurezza nella RCA. Non bastano. E’ indispensabile un consistente intervento dei “caschi blu”, già autorizzato lo scorso 10 aprile dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Minusca( Missione Multidimensionale Integrata di Stabilizzazione delle Nazioni Unite nella RCA) sarà meglio finanziata, armata e corposa, anche perché assorbirà i “caschi verdi” della missione dell’Unione Africana. Essa diventerà operativa a partire dal 15 settembre, fino al 30 aprile 2015. Vista però la complessità del caso, sembrano pochi gli 11.800 “caschi blu” a regime – nel piccolo Kosovo furono 49.000 – anche perché esercito e polizia locali non danno ancora un aiuto valido nel proteggere la popolazione e promuovere lo “Stato di Diritto”. Pure il Nunzio Apostolico a Bangui, Mons Franco Coppola, in un’intervista all’agenzia Sir (30 maggio 2014), si pone tale dubbio. E aggiunge:” Speriamo che la situazione da qui a settembre non sia ulteriormente peggiorata”.

Migliaia sono stati i civili uccisi in questi due anni, mancano però i dati ufficiali perché le stragi nelle foreste non vengono ancora certificate. Segni dell’orrore centrafricano sono le violenze sessuali, i bambini massacrati e mutilati, le persone arse vive o macellate nelle loro abitazioni. Adesso gran parte dei musulmani della capitale Bangui e nell’ovest del Paese sono scappati all’estero o al nord della RCA. E i rifugiati del Darfur sono stati evacuati in Sudan.

Lo scorso giugno, l’ONU segnalava: 2,5 milioni di centrafricani hanno bisogno di assistenze; gli sfollati sono 551.600 (132.000 dentro la capitale Bangui), mentre i rifugiati in altri paesi 341.575 ( in particolare in Ciad, Camerun, e nei due Congo); tra i bambini accolti nei campi profughi esteri, il 25% è gravemente denutrito. Due terzi dei bambini non vanno più a scuola. E non erano ancora giunti gli aiuti finanziari internazionali promessi e necessari per far fronte alla catastrofe umanitaria.

La RCA rischia la “somalizzazione”. I musulmani centrafricani in fuga rientreranno a casa. Dovranno formare piuttosto una nuova entità sociale? La partizione dell’Eritrea e del Sud Sudan non sono però un esempio di successo. Ma come in Somalia, Libia, e sempre di più al nord del Mali e della Nigeria, anche la RCA rischia di diventare un “buco nero geostrategico”, dove il vuoto di potere statale lascia lo spazio alle peggiori barbarie e attività criminali sotto la guida di comandanti di zona (comzones) di milizie armate più o meno unificate, ideologizzate religiosamente e integrate nei quadri governativi.

Segno di speranza in questi mesi è l’azione congiunta, anche con comunicati e viaggi internazionali, dell’arcivescovo di Bangui e presidente della Conferenza Episcopale Centrafricana ( Mons Dieudonné Nzapalainga), del Presidente della Conferenza Islamica Centrafricana (Imam Omar Kobine Lamaya, che vive protetto nell’arcivescovado di Bangui), e il capo delle Chiese Protestanti del Centrafrica ( Pastore Nicolas Guerokoyame Gbangou).

La violenza sembra essere cessata a Bangui, ma non altrove – papa Francesco, dopo il canto del Regina Coeli dello scorso 1° giugno e 14 settembre, si è appellato alle parti in conflitto “ perché siano superate le incomprensioni e si ricerchi con pazienza il dialogo e la pacificazione” su questo fronte i vescovi centrafricani sono in prima linea. Alla fine della loro riunione dal 28 giugno al 3 Luglio, hanno fatto proprio l’appello del Papa “ ai cristiani, agli uomini e alle donne di buona volontà”.

E con un documento di nove pagine ( “Je vis un ciel nouveau et une terre nouvelle” in www.cecarca.org), i vescovi della RCA rinnovano la speranza in Dio ma denunciano violenze, rischi per le persone impegnate nelle attività pastorali, impunità criminali, insicurezza alimentare e sanitaria, educazione diventata di lusso, bracconaggio, sfruttamento illegale delle risorse minerarie e forestali ecc.

La Conferenza Episcopale della RCA afferma, inoltre, che il disarmo delle bande armate e il rimpatrio dei miliziani stranieri non sono negoziabili; e che per “costruire la pace” occorre ricostruire le forze armate e gli apparati di sicurezza, sia la fiducia tra i cittadini. E, richiamando Africae Munus (nn.155 e 163), i vescovi rimarcano la necessità del dialogo e del perdono, ma pure di una giustizia che faccia verità, ripari i danni e risani le ferite.

 

UNA PANORAMICA

Il terrritorio della RCA è costituito da altopiani. E’ abitato da belle comunità di elefanti. Ed è ricco di diamanti, uranio, oro, petrolio, legname pregiato ( in particolare mogano ed ebano), ferro, rame, terreni fertili, corsi d’acqua per la produzione di energia elettrica. Ma queste risorse sono poco sfruttate legalmente dalle corporations internazionali, visti i rischi a investire a causa di corruzione, criminalità (più o meno) organizzata e guerriglia.

Il Pil centrafricano, oltre a crescere poco nel passato, nel 2013 è crollato: – 14,5% (220° posto nella graduatoria mondiale del Cia Factbook 2014). Gli indicatori di sviluppo umano erano già tra i peggiori del mondo, con una parte consistente della popolazione occupata nell’agricoltura di sussistenza e nell’economia informale (inclusa quella criminale. Un solo dato: l’aspettativa di vita non supera i 50 anni.

Il Paese dipende da sempre – e ancora di più dipenderà nell’immediato futuro – dagli aiuti esteri, non soltanto finanziari. La comunità internazionale sta pagando gli stipendi per rimettere al lavoro ed assumere un certo numero di dipendenti pubblici( insegnanti, militari, poliziotti, giudici ecc.). Si allevano razze bovine immuni alle infezioni della mosca Tse-Tse. Ma il 98% di questa attività è svolta da un gruppo etnico musulmano che è fugggito, oltre ad aver subito gravi danni. Negli ultimi anni la produzione di cotone d’ esportazione è calata; e con l’avanzare della crisi politica ed umanitaria già dal 2012 erano aumentate le importazioni di beni di sussistenza. Adesso L’Ue assicura l’acqua potabile a Bangui. Inoltre la guerra civile ha disperso i musulmani che reggevano una parte consistente dell’attività commerciale legale, non soltanto dei diamanti. Sarà quindi ancora più arduo far partire l’economia e il suo settore privato.

Dal punto di vista istituzionale, lo Stato ha un regime semipresidenziale alla francese, ma con un’Assemblea Nazionale monocamerale di 105 membri, l’ultima delle quali era quasi monocolore. Dal 23 luglio 2013 è in carica il Consiglio Nazionale di Transizione, con 135 rappresentanti. Le ultime elezioni presidenziali e parlamentari, con cadenza quinquennale, si sono tenute nel 2011. Gli accordi internazionali prevedono che si svolgano entrambi nel febbraio 2015 ( già rinviate a settembre 2015). E’ difficile, infatti, che entro la data di febbraio 2015 tutti i cittadini, inclusi quelli profughi e sfollati, possano votare. Non si può correre il rischio di elezioni delegittimate per mancanza di partecipazione e di rappresentatività degli eletti. Ma, nel frattempo, si sta favorendo un’inutile conflittualità politica tra le élites (ossia minore corresponsabilità) nel mantenere una data elettorale così ravvicinata.

E’ ancor più imminente un rimpasto del governo – forse con un nuovo Premier musulmano -, anche perché chi è membro dell’Esecutivo ad interim non può candidarsi alle elezioni. E i processi politici sono quasi fermi. Adesso il Paese è in buona parte “non governato”, anche se affidato ad autorità di transizione sotto la tutela delle istituzioni regionali e dell’Onu. E ci si domanda se la RCA avrà mai in futuro uno Stato autentico, cioè funzionante e basato su un’economia produttiva. Non bastano le elezioni ad assicurare la governabilità: Mali e Libia docent.

Purtroppo, già prima di nascere, la Repubblica Centrafricana aveva perso il suo padre Fondatore, Bathélemy Boganda, morto in un incidente aereo il 29 marzo 1959. Il presidente del Gran Consiglio dell’Africa Equatoriale Francese (Aef) si era opposto alla balcanizzazione dell’Aef, preconizzando l’impossibilità per lo Stato Centrafricano di avere la minima funzionalità. Non fu accolta la proposta degli “Stati Uniti dell’Africa latina”, che ragruppasse le ex colonie di Francia, Portogallo, Spagna e Belgio. Ma Boganda aspirava almeno ad una federazione tra Gabon, Ciad, medio Congo e Oubangui-Chari. E, prima ancora, avrebbe voluto evitare la separazione dei territori tra Ciad e futura RCA, preconizzandone, nell’ottobre 1958, il “suicidio” a causa di “ divisione, tribalismo ed egoismo”, che sono state la “debolezza del nostro passato” e saranno “la nostra disgrazia in avvenire”.

Questo Stato nei decenni fu poi chiamato “selvaggio”, “fantasma”, “fittizio” ecc. Secondo l’indice 2013 di corruzione percepita, è alla 154a posizione su 177 paesi. La rivista Foreign Policy, il 25 giugno, ha pubblicato il suo Fragile States Index 2014. La RCA è terza, dopo Sud Sudan e Somalia. Ma il “fallimento” e la “rapacità” hanno riguardato la buona parte delle élites della storia centrafricana. L’economia, soprattutto mineraria e del pubblico impiego, è stata asservita agli interessi di costoro e dei loro alleati esteri, che hanno favorito o meno i colpi di Stato. Nell’ultimo decennio anche il Ciad, con il beneplacito francese, ha sempre interferito nella politica e nell’economia della RCA.

La presenza dello Stato e dei suoi servizi pubblici è sempre stata carente. L’educazione è stata in buona parte offerta dai privati, Chiesa cattolica in primis. I Capi dello Stato che si sono succeduti, fino a quello dimessosi lo scorso 10 gennaio 2014, sono stati accusati di violenza, corruzione anche internazionale, familismo clanico ed illegalità. Ad esso si ispirano le due fazioni guerrigliere contrapposte: gli ex Seleka (“alleanza”), prevalenza musulmani, e gli anti-balaka, animisti e cristiani. Sembrano intenzionate entrambi a “riciclarsi” in due partiti politici, ma già alcuni membri Seleka sono presenti nelle Autorità di Transizione. Nel frattempo le due milizie hanno iniziato a dialogare tra di loro, mediante i loro rappresentanti. Si attende il cessate il fuoco.

Tuttavia la Repubblica Centrafricana rischia ancora la divisione almeno di fatto, in due o tre entità: una musulmana nel nord-est e una cristiana a sud-ovest, anche perché alcune milizie di Seleka al nord hanno ricostituito un nuovo Stato Maggiore. Tuttavia neppure il Sud-Est è sotto il controllo governativo, perché da anni subisce anche le violenze dei ribelli ugandesi dell’Esercito della Resistenza del Signore (LRA), contro i quali è in corso una missione dell’esercito ugandese, autorizzata dall’ONU e sotto l’egida dell’UA, che si avvale di consiglieri militari statunitensi.

 

UNA CRONOLOGIA

L’origine più immediata dell’attuale disastro umanitario centrafricano può essere fatta risalire alla rielezione “ pilotata”, il 22 gennaio 2011, di Francesco Bozizé, un generale che scendendo dal nord aveva attuato un golpe (15 marzo 2003) e si era fatto confermare presidente della RCA alle elezioni dell’8 maggio 2005. Oltre a sfruttare economicamente il Paese( e ad autoproclamarsi pastore di una propria “chiesa” cristiana pentecostale), non era riuscito a reintegrare i tanti guerriglieri del nord nell’esercito nazionale( o a metterli a paga in un altro modo).

Il 10 dicembre 2012 veniva creata Seleka, una coalizione di gruppi di guerriglieri del nord, a cui si associarono feroci milizie ciadiane e sudanesi. Non erano contenti di Bozizè. Cominciarono a penetrare nel territorio, terrorizzando con crimini efferati, saccheggiando, prendendo il controllo di alcune zone minerarie. L’11 gennaio 2013, a Libreville(Gabon) fu siglato un accordo di pace che prevedeva il cessate il fuoco e la formazione di un Governo di Unità Nazionale, oltre all’impegno di Bozizé a non ricandidarsi.

Il 17 marzo 2013 Seleka diede a Bozizè tre giorni per attuare “meglio” l’accordo, che aveva già portato alla nomina, il 17 gennaio, di un nuovo Premier (l’indipendente Nicolas Tiangaye). Alla scadenza dell’ultimatum Seleka riprese l’offensiva e conquistò Bangui il 24 marzo. Il loro coordinatore, il musulmano Michel Djotodia, si proclamò Capo dello Stato, mentre Bozizé si rifugiò in Camerun. Il 25 marzo la RCA veniva sospesa dall’Unione Africana(UA). E lo è tuttora.

Il 31 marzo 2013 Tiangaye era riconfermato Premier. Al partire dal 1° luglio la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale della missione Micopax (autorizzata della Risoluzione 2121 del Consiglio di Sicurezza) iniziò a curare il disarmo dei miliziani di Seleka, che decisero di dissolversi il 13 settembre 2013, nel frattempo era iniziata la presidenza ad interim di Michel Djotodia, dopo la sua nomina per acclamazione da parte del Consiglio Nazionale di Transizione, la cui Carta Costituzionale è in vigore dal 18 luglio 2013.

Sono state sollevate accuse pesanti secondo le quali il Paese sarebbe stato fatto intenzionalmente fallire con l’aiuto di Seleka perché, secondo le valutazioni di Bozizé(ma non solo), la Francia (e gli USA) non accettavano che SudAfrica e Cina allargassero la loro influenza sulle risorse centrafricane, in particolare petrolio ed uranio. Inoltre al Ciad, che ha sostenuto l’intervento francese in Mali, sarebbe stato permesso di pagarsi lo sforzo a spese della RCA, nella quale trovano rifugio anche guerriglieri (o banditi) che si oppongono ai governi in carica in Ciad e Sudan. Per questo anche gli scontri contro le milizie anti-balaka (balaka=machete) fanno supporre che la base etnico-confessionale delle violenze sia una maschera per coprire un conflitto locale e internazionale per il controllo del territorio di cerniera geopolitico e delle risorse strategiche della RCA, come avvenne nell’est della Repubblica Democratica del Congo e nel Sud Sudan.

Parte la controffensiva. Dal 8-9 settembre 2013, ad ovest del Paese, iniziarono gli scontri tra gli ex-seleka al potere e gli ex partigiani di Bozizè. Ci furono i primi 100 morti. In modo non improvvisato le milizie anti-balaka si consolidarono, includendo gruppi di autodifesa, numerosi ufficiali delle forze armate e della gendarmeria della Rca, e altre personalità vicine a Bozizé. E sempre in modo pianificato, il 5 dicembre entrarono a bangui con calma, ma compiendo violenze efferate contro i civili musulmani. Anticiparono di poche ore, per evitare il fallimento del loro progetto, la votazione della Risoluzione 2127 del Consigglio di Sicurezza dell’ONU per il dispiegamento della Misca( Misssione Internazionale di Sostegno della RCA sotto la guida dell’UA) in sostituzione della Micopax, ma incorporando la Fomac. Tuttavia la Misca sarebbe diventata pienamente operativa dal 19 dicembre.

Quella Risoluzione autorizzava anche l’operazione militare francese Sangaris (nome di una farfalla centrafricana), il cui dispiegamento a Bangui doveva iniziare proprio il 5 dicembre, come avvenne di fatto( per la Francia è la settima “missione” nella RCA).

Gli antibalaka volevano mettere il mondo davanti al fatto compiuto dell’ “emigrazione” dei musulmani (sopravissuti) e del nuovo “equilibrio” di poteri a Bangui e ad ovest.

Il 10 dicembre 2013, il vertice della CEEAC(Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale), su pressione ciadiana, ottenne le dimissioni di Djotodia, che fuggì in Benin. Era stato incapace di prevenire e gestire il conflitto, ma in realtà ne avrebbe creato, con la violenza, i presupposti.

Il Consiglio Nazionale di Transizione ha poi eletto, per votazione, Catherine Samba-Panza come Capo dello Stato durante la transizione. Questa donna cristiana, avvocato ed ex sindaco di Bangui, ha iniziato il suo mandato il 23 gennaio 2014. Come premier ha André Nzapayéké.

Le violenze intercomunitarie continuavano. Ma la situazione si fa più allarmante il 3 aprile, quando truppe ciadiane(oltre 800 militari), per protesta contro l’accusa di proteggere solo i musulmani, escono dalla Misca. E la debolezza di questa operazione africana diventa più palese, nonostante la precedente decisione dell’Unione Europea di inviare una propria missione militare, allora soltanto in parte dispiegata nel campo profughi dell’aeroporto di Bangui.

Il 10 aprile con le 14 pagine della Risoluzione 2149, il Consiglio di Sicurezza istituisce la Minusca. Integrerà le forze della Misca dispiegherà in totale 10.000 militari e 1.800 addetti di polizia; mentre l’Ufficio dell’ONU per il peacebuilding a bangui (Binuca)diventerà la componente civile della Minusca.

 

 

CONTRASTARE LE CAUSE, NON SOLTANTO I SINTOMI

In occasione del vertice dell’Unione Africana a Malabo(Guinea Equatoriale) del 26-27 giugno si è riunito anche la CEEAC. Tutti auspicano un dialogo politico ed elezioni nel 2015 per la RCA. Ma non ci si può illudere sugli efetti catartici di elezioni corrette e senza brogli; né sulle missioni armate internazionali. Nella Rca ( e non solo) non hanno mai avuto successo perché non erano un mezzo per raggiungere il fine, ma la strategia in sé.

La Minusca è indispensabile per proteggere i civili. Ma deve avere il coraggio di disarmare le milizie e bloccare i traffici di armi. Per ora l’imbargo internazionale impedisce di riarmare i nuovi effettivi dell’esercito e della polizia centrafricani, nonostante le richieste della Presidente di transizione. La sicurezza, l’assistenza umanitaria, l’insediamento delle autorità legittime in tutta la RCA sono obiettivi intermedi essenziali. Ma sono mezzi. Non bastano per la strategia vincente.

E’ veramente strategico contrastare l’impunità, che dura da decenni, per crimini perpetrati in Centrafrica. L’impunità ha logorato il tessuto sociale e la fiducia nelle autorità. I recenti crimini di guerra e contro l’umanità (ossia contro la popolazione civile) esigono che i colpevoli siano individuati e sanzionati ( e non solo dalla comunità internazionale). Senza la giusta repressione non si attiveranno percorsi di giustizia, anche per la reintegrazione sociale dei criminali. La punizione dei colpevoli è sollecitata, oltre che dai vescovi cattolici, dalla CEEAC, dal gruppo di esperti dell’ONU sulla RCA (4 luglio 2014), soprattutto dalla gravità dei delitti, alcuni dei quali sono stati “atti genocidari” anche se non si è perseguito quanto avvenne in Rwanda nel 1994.

Lo scorso maggio il Consiglio di sicurezza e il presidente degli Stati uniti hanno imposto sanzioni ad alcuni individui, tra cui Bozizé, il coordinatore delle milizie antibalaka e il “numero due” di Seleka, Nourradime Adam. E gli USA hanno incluso anche Djotodia. E’ un primo messaggio che non esistono facili esili e amnistie, e che non si permette di continuare attività criminali impunemente. Poi, il 5 giugno, una commissione d’inchiesta dell’ONU ha rilasciato un rapporto preliminare con prove di crimini internazionali da parte di individui di Seleka e Antibalaka. E, il 12 giugno, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha dichiarato che il suo intervento è necessario dopo la formale richiesta, il 10 giugno, da parte del Presidente Centrafricano, di investigare sui crimini commessi nella RCA a partire dall’agosto 2012.

Ancora più strategiche sono le raccomandazioni dell’International Crisis Group. Non ci sarà mai la stabilizzazione della RCA, se non si contrastano da subito la corruzione e l’economia “predatoria”. Occore quindi risanare il sistema delle finanze pubbliche. Ciò presuppone un efficace e trasparente modello di gestione delle risorse minerarie e naturali. La Minusca deve quindi arricchire quanto prima il suo mandato di queste priorità; ma pure – sempre predisponendo i mezzi al fine –l’obiettivo strategico a lungo termine di sviluppare l’economia “produttiva”, e di quello a brevissimo termine di lanciare immediatamente progetti agricoli e infrastrutturali per occupare la maggior manodopera possibile. Solo così la Repubblica centrafricana potrà diventare uno Stato, ossia funzionare. Ed essere indipendente.

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