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Tornando da Safa

Posted by missionesafa su gennaio 6, 2008

Tornando da Safa

di Vittorio Felli

(pubblicato in “Notizie dei Canonici Regolari Lateranensi”, anno XXXV, n.60, dicembre 2007, pp.29-31)

Ho scritto e riscritto queste poche righe, ho tentato di farne un breve racconto interessante o un articolo di viaggio, ma ho deciso infine che non c’è spazio in questa sede che per delle brevi conclusioni a titolo personale su ciò che ho potuto vedere e sentire in Centrafrica, nella zona rurale nel sud del paese, dove si trova la Missione Safà dei nostri due amici don Sandro e don Mauro. Una descrizione unicamente oggettiva richiederebbe molti più dettagli.

La Repubblica Centrafricana è un luogo lontano: la mia opinione è che per larga parte si tratta di una lontananza studiata, organizzata, controllata, mantenuta e soprattutto accettata da alcuni, sia all’esterno che all’interno del paese.

La prima lontananza, la lontananza madre, è la miseria, che non intendo qui solo come profonda mancanza di beni materiali e di una condizione di vita che la nostra società chiamerebbe “dignitosa”, ma anche mancanza di risorse culturali, personali e strutturali per venirne fuori. Per quanto ho osservato, credo che la miseria per questa gente non sia uno stato attuale dinamico quanto una condanna senza appello. Parlando di miseria culturale, devo precisare che non mi riferisco alle diverse culture popolari né a quelle religiose, che ho conosciuto molto parzialmente sia per motivi di tempo che per un’oggettiva difficoltà ad entrare in una relazione non superficiale con le persone del posto, anche se ho sentito parlare dai due missionari di patrimoni che definiremmo “molto avanzati”, come ad esempio il culto e il rispetto della natura e dell’uomo come parte pulsante di essa o la parità effettiva dei due sessi nella società pigmea. Per miseria culturale e personale parlo invece della degenerazione, presunta, della cultura popolare nella superstizione, nel consumismo e nella nullafacenza, nella mancanza dello spirito del lavoro, dell’economia familiare e del vivere nelle e secondo le istituzioni, nel tentativo di prendere vantaggio sempre e comunque da persone e situazioni. Riguardo alla famiglia, senza giudizi di merito, nella società che ho visitato ho sentito che la poligamia, spesso senza matrimonio e senza chiari impegni nei confronti della donna, è largamente accettata. Sulla cura dei figli non ho un’opinione precisa, anche se ho visto moltissimi bambini venire a scuola senza la minima attenzione all’igiene. Credo che miseria personale, in una società centrafricana che è stata forzata dal colonialismo alle regole del mercato internazionale, è per questo anche qualità molto bassa dell’istruzione scolastica, che io stesso ho verificato all’interno delle classi delle due scuole prese in carico dalla Missione. Posso assicurare che la distanza nell’istruzione tra le nostre giovani generazioni europee e le loro, per quanto ho visto, è enorme.

Intendo invece per miseria strutturale la latitanza o l’assenza appunto delle strutture istituzionali, sociali ed economiche intorno all’individuo che gli permettano un qualche sviluppo personale o una qualche sicurezza. In effetti, da ciò che ho visto e sentito dalla gente del posto e dai due don, in particolar modo per scuola e sanità lo Stato è praticamente assente, soprattutto nei confronti delle popolazioni rurali, che costituiscono un’altissima percentuale del totale. Le persone lamentano poi una elevatissima corruzione, dai politici ai funzionari di più basso rango, che riduce quasi a zero la fiducia nella giustizia dello Stato, già molto bassa, a quanto ho capito, per motivi culturali.

La proposta della missione dei CRL si poggia su due pilastri: la scuola e il Vangelo. Non a caso li nomino in quest’ordine, poiché nel panorama cui ho accennato, è forte la convinzione in tutta la Diocesi che la proposta del Vangelo deve arrivare insieme e forse essere preceduta da un forte sostegno allo sviluppo della persona nei suoi molteplici aspetti, nel profondo rispetto della cultura e della stessa religione o dei sentimenti religiosi che si trovano nel posto.

La mia conclusione è duplice.

In primo luogo credo che la lontananza tra il nostro mondo e il loro è terribilmente grande e che essa è soltanto in piccola parte imputabile al popolo centrafricano e alle difficoltà del suo percorso storico, mentre è un sistema internazionale che condanna questa come altre nazioni alla schiavitù della miseria, nei suoi diversi significati.

Credo però sia stato anche un bel viaggio, una scoperta di un luogo profondamente diverso, difficile, cupo ma anche molto affascinante. Nell’impegno grandissimo, pesante e stancante di cui i due don missionari si fanno carico ogni giorno, sono fortemente convinto sarebbe un’occasione persa e anzi un vero peccato, per chi può e vorrebbe e magari tentenna, religioso e non, mancare di dare il proprio contributo non soltanto a distanza, ma anche con una presenza sul posto, nei tempi e con le finalità che sicuramente potrebbero essere concordate insieme.

Buon viaggio!

Vittorio Felli

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