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Sito di informazione della missione di Safa dei Canonici Regolari Lateranensi

Diario di viaggio a Safa (d.Giuseppe)

Posted by missionesafa su febbraio 11, 2007

Roma, 11 febbraio 2007

Carissimi,

di ritorno da Safà, eccomi a voi per ragguagliarvi sulla situazione della nostra missione nella Repubblica Centrafricana. Ho scelto di scrivervi a mo’ di diario; un genere da cronista che può apparire impersonale e freddo; offre però la possibilità di rendervi partecipi in maniera essenziale e dettagliata del vissuto di quelle giornate.

 

20 gennaio: sabato. L’aereo che ieri sera ha prelevato don Mauro e il sottoscritto da Parigi, dopo sei ore e mezza di volo, atterra a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Dopo le consuete pratiche di controllo, ci ritroviamo schierati, in mezzo ad una folla di gente, lungo il tapis-roulant dei bagagli. Dei quattro colli ne arrivato uno solo; gli altri arriveranno martedì. Don Sandro ci accoglie fuori dall’aeroporto e insieme facciamo un giro per la città: spese per la cucina e per la casa (c’è qualche negozio che ha un po’ di tutto) e alle 15,00 siamo nel centro della nostra missione, a Safà. Si sta bene e non fa molto caldo.

 

21 gennaio. Domenica. Il programma della giornata prevede la celebrazione dell’eucaristia nel piccolo villaggio di Paris-Kongò, che inizia oggi il suo cammino di comunità di base. Per l’occasione è stata allestita una cappella che ha molto del provvisorio.

La celebrazione, accompagnata da canti ritmati sui tamburi, si protrae per quasi due ore e vede raccolta una bella folla di circa 150 persone. In Africa il tempo ha un’altra dimensione. Terminata la messa, seguono le elezioni del responsabile della comunità, del suo sostituto, del tesoriere, del segretario e del primo consigliere. Sarà loro compito scegliere quattro consiglieri e un animatore. Il futuro della comunità è ora affidato alle loro mani. Di questo ne sono grati, consapevoli e riconoscenti.

 

22 gennaio. Lunedì. Orario ordinario della giornata. Ore 5,15 sveglia. 5,45 preghiera del mattino: lodi e messa. 6,45 colazione. Alle 7,00 una ventina di persone, uomini e donne sostano davanti alla nostra casa: parte di loro, per lo più donne coltiveranno il terreno della missione; gli altri saranno portati da don Sandro nei vari luoghi dove sono in corso opere di costruzione. Lavoreranno fino alle ore 12,00, quando noi ci ritroviamo per l’ ora media e il pranzo. La mattinata appare piuttosto lunga. Nel pomeriggio, dopo un breve riposo, seguono i vari impegni : catechesi, cura della casa, formazione permanente personale. Ore 19,00 vespri e cena; e poi sulla veranda si parla…si comunica…si fa comunione.

 

23 gennaio: martedì. Suor Teresa ci accompagna a Bangui per ritirare i nostri bagagli. Il solito giro in città per le varie compere; una breve sosta per mangiare e poi via per Safà dove arriviamo verso le ore 17,00. Un diversivo delle nostre giornate è il ritrovarci a questa ora del pomeriggio sui bordi del campo di foot-ball per veder giocare ragazzi e giovani di Bernabeng e familiarizzare con loro. Dei giocatori qualcuno ha le scarpe, i più giocano scalzi e per giunta con un pallone pesante di pallacanestro; mentre un interrogativo martella la mente: ma come fanno?

La giornata è stata molto calda.

 

24 gennaio: mercoledì. Ci svegliamo tra lampi e tuoni. E’ dal 26 novembre che non piove; ma questa volta la pioggia è fitta e abbondante. Presto ne vedremo i frutti: il fiorire profumato delle piante di caffé e l’apparire di nuvole colorate di farfalle venute dalla foresta. Trascorriamo la mattinata nel centro della diocesi, a M’Baiki, ove si tiene un corso di formazione dei responsabili delle Comunità sul tema “ La Parola di Dio”.

 

25 gennaio: giovedì. Dopo cena, sulla veranda, si guarda la luna, si parla accompagnati dal ritmo di canti e di tamburi che giunge da poco lontano. Esprimo una mia opinione sul celibato dei preti che in Africa appare piuttosto problematico a causa della cultura della gente. Perché, chiedo, non pensare per il continente nero ad un sacerdozio coniugato, sullo stile della Chiesa cattolico-ortodossa? Don Sandro afferma che anche lui nel passato ha ragionato allo stesso modo; ma ora ha cambiato idea. In un paese così povero si finirebbe con il confondere ciò che semplicemente umano e ciò che è carismatico. Molti abbraccerebbero il sacerdozio; ma probabilmente mossi più da motivazioni sociali ed economiche che dalla fede.

 

26 gennaio: venerdì. Come oggi, altre volte mi è capitato di vedere folla di persone dinanzi ad una capanna. E’ la place ti kwà: è morta una persona. Il cadavere viene seppellito quasi subito; ma è tradizione che gli abitanti del villaggio, parenti e conoscenti facciano compagnia alla famiglia del defunto per tre giorni, al fine di propiziarsi lo spirito del morto. Durante questi giorni si piange, si canta, si balla, e la famiglia in lutto provvede al vitto per tutti, a volte fino ad indebitarsi.

In Africa si muore e spesso si muore per cause banali. Pure la morte ha un volto meno triste e drammatico che da noi. L’africano non dice che una persona è morta a 50 anni, ma che ha vissuto 50 anni. Una sfumatura importante: l’accento è sulla vita.

 

27 gennaio: sabato. A metà mattinata faccio una passeggiata al centro analisi AIDS per mamme in attesa, bambini, uomini. Una lunga fila di persone attendono il loro turno: fanno analisi e ricevono medicine. Da poco lontano le grida vivaci degli scouts rompono il silenzio della foresta: preparano il terreno dove presto sorgerà il campo di basket e di pallavolo.

Nel pomeriggio, incontro comunitario sacerdoti e suore: si programmano gli impegni del mese di febbraio.

 

28 gennaio: domenica. Di buon mattino si parte per Bokopì: Dopo due anni di lavoro, si inaugura la cappella. Al termine della celebrazione ci viene offerto uno spuntino a base di manioca, pesce e banane cotte.

La nostra parrocchia che conta circa 15.000 abitanti, è così strutturata: la Chiesa madre ha sede a Bernabeng, centro della missione e dedicata al Sacro Cuore; ci sono poi le cappelle, presenti nei villaggi più grandi; infine le comunità di base, nei villaggi piccoli, non sempre provvisti di luoghi di culto. L’opera dei responsabili della comunità e dei catechisti è fondamentale per l’animazione …

 

29 gennaio: lunedì. Durante la visita al Vescovo, incontro Giuseppina, una missionaria laica che, insieme con Lucia da più di venti anni lavorano nella Chiesa di Ngotò. Parliamo di noi italiani, degli africani. Mi confida: “ Quando credo di aver conosciuto gli africani è il momento di ricominciare daccapo”. Questo mi conferma nella convinzione che non è facile entrare nella cultura di un altro popolo. Credo però di sbagliare quando mi metto dinanzi agli africani con la mentalità di europeo. Certamente non hanno le cose che noi abbiamo. Certamente il loro vocabolario conosce molto bene la parola AIDS; ma ignora i vocaboli depressione, infarto, suicidio. Ricordo bene l’ impressione che ebbi tre anni fa, quando per la prima volta giunsi in Africa. Faccio invece difficoltà ad immaginare la reazione di un africano dinanzi ai nostri palazzi, con gli appartamenti uno sopra l’altro, l’uno vicino all’altro. L’africano ha la sua capanna con il suo spiazzo…ha la sua indipendenza.

 

30 gennaio: martedì. Questa mattina dal villaggio di Saguila è giunto un folto gruppo di donne: sono venute per raccogliere ghiaia e sabbia dal torrente. Serviranno per terminare la costruzione della cappella e per iniziare i lavori della scuola.

Per la realizzazione delle opere i Padri mettono il cemento (blocchetti), il ferro, pagano gli operai; però la popolazione deve partecipare procurando sabbia e pietre e facendo gli scavi delle fondamenta.

Per don Sandro questo è un principio irrinunciabile: se la gente non partecipa, nessuna opera ha inizio; e i progetti camminano in proporzione alla loro collaborazione.

 

31 gennaio: mercoledì. Anche questa mattina, cosa che faccio abbastanza spesso, ho accompagnato don Sandro nei vari luoghi di lavoro. Ho visto così che nella costruzione della cappella di Seguila si è ormai prossimi alla copertura del tetto, mentre sono finiti gli scavi per le fondamenta della scuola. Tornando siamo passati per Moscou: la cappella è ormai terminata, mancano solo il pavimento e le rifiniture. E poi eccoci sulla strada per Poto-Potò, dove tre operai stanno ultimando i lavori di riparazione della facciata e della prima capriata della chiesa .Un violento temporale, un anno e mezzo fa, l’aveva gravemente danneggiata.

 

1 febbraio: giovedì. Al mattino faccio una breve passeggiata al campo, proprietà della parrocchia: una quindicina di mamme puliscono e preparano il terreno dove sorgeranno l’asilo e il piccolo ospedale della maternità.

A pranzo siamo dal Vescovo. A lui ribadisco il nostro proposito di aiutare la Diocesi finché saremo nella possibilità di farlo. Prima di prendere la strada del ritorno a casa, incontriamo i formatori degli insegnanti. Il tema della formazione ritorna spesso nei nostri discorsi ed è il progetto al quale si vuole dare un’attenzione del tutto particolare, convinti che, dopo il dono della fede, è il valore più grande che possiamo offrire alla gente. Per questo i progetti non prevedono solo costruzioni di cappelle, ma anche di scuole; non programmano solo la formazione dei catechisti, ma anche degli insegnanti. La formazione culturale è fondamentale anche per la catechesi.

 

2 febbraio: venerdì, festa della presentazione del Signore e giornata della vita consacrata. I religiosi e le religiose celebreranno insieme questa ricorrenza il giorno 5 nella cattedrale di M’Baiki.

Nei nostri spostamenti in macchina, per i frequenti sobbalzi sui sedili e i continui rallentamenti, non possiamo non costatare la miserevole condizione delle strade: buche, avvallamenti. Per nostra fortuna siamo nella stagione secca; ma nella stagione delle piogge il muoversi diventa un vero problema. Lo Stato è quasi del tutto assente; e il capo del villaggio non presta quasi alcuna attenzione alle strade…Gli abitanti del luogo si muovono a piedi e non hanno la macchina. Credo che non li sfiori minimamente il pensiero che la strada è sinonimo di comunicazione, di scambio, di progresso…

 

3 febbraio: sabato: Fin dalle prime ore del mattino siamo in movimento: è il giorno del mio rientro in Italia.

Nel chiudere questi miei appunti desidero esprimere un’ultima riflessione. Certamente la condizione degli abitanti della nostra missione è povera… pure non è facile praticare la carità. La tentazione di offrire loro direttamente il pesce senza sobbarcarsi la fatica di insegnare loro a pescare, è forte. Come pure ho visto che non è facile coniugare pietà e fortezza, misericordia e giustizia al fine di aiutare la gente a crescere e di costruire insieme con loro un futuro più ricco e dignitoso.

 

Tra i ricordi che ho portato con me, ci sono le immagini dei bambini, soprattutto i più piccoli: dai 4 ai 6 anni. Il più delle volte si presentano sporchi; eppure sono belli, semplici, quasi timorosi di disturbare con la loro presenza, con due occhi che splendono come perle sul loro visino nero. Mi commuovo quando li vedo, con quel senso di responsabilità più grande della loro età, portare il fratellino più piccolo per mano o a cavalcioni dietro la schiena. Mi sembra di contemplare in loro il mondo che Dio sogna.

Desidero ora ringraziare personalmente don Sandro e don Mauro per essersi prodigati a rendere piacevole il mio soggiorno a Safà. Abbiamo trascorso insieme quindici magnifiche giornate.

Per concludere, qualche notizia su don Mauro: è partito con entusiasmo e determinazione ed è pronto per iniziare, con la guida di un maestro, l’apprendimento del sango. Nell’attesa si esercita a fare l’insegnante al loquace pappagallo di casa. Avrebbe grande voglia di insegnargli una delle parole fiorite… della nostra lingua; ma è trattenuto dal timore che poi l’uccello ne faccia sfoggio con il Vescovo, che è italiano.

 

Chiudo con una lieta notizia. Nell’ultima lettera ho dimenticato di informarvi che il Consiglio, nella seduta del 15 gennaio a Gubbio, ha ammesso all’ordinazione sacerdotale i nostri due professi diaconi: Emanuele Daniel e Maurizio Pellizzari. Con tutta probabilità saranno ordinati a Treviso il 26 maggio, vigilia di Pentecoste assieme ai candidati della diocesi. A loro i nostri più affettuosi auguri, e a tutti il mio caloroso abbraccio.

Don Giuseppe

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