Quest’anno finalmente ho potuto realizzare un mio vecchio desiderio: visitare i nostri confratelli, don Sandro e don Mauro, missionari nella Repubblica Centroafricana.
Oggi, 30 dicembre, sono alla vigilia del mio ritorno a Roma.
E’ difficile buttar giù, a caldo, delle riflessioni su questa realtà africana.
Sapevo che l’Africa in generale, e la Repubblica Centroafricana in perticolare, vivono ancora una fase difficile nel contesto del mondo attuale. Ma non pensavo di trovare una situazione così difficile. Più che un viaggio dall’Europa all’Africa, mi è sembrato di fare un viaggio nel tempo: dalla modernità alla preistoria.
La mancanza di strade, di elettricità, di complessi industriali, di strutture sanitarie ed educative, sono solo aspetti emergenti di questo popolo, che vive nei villaggi, in mezzo alle foreste, mangiando i frutti spontanei della terra.
Uomini seduti su sedie a sdraio a qualunque ora del giorno, donne affaccendate con un bimbo appeso alla schiena ed un cesto pesante in testa, nugoli di bambini seminudi, che si sollazzano tra capre e galline.
La prima impressione è scioccante, anche per chi, come me, aveva vissuto in situazioni estreme nelle “favelas” brasiliane.
Ma, nella misura in cui ci si avvicina a questa gente, si scoprono tante cose buone.
Due giorni dopo il mio arrivo a Safà, sede della missione, fui invitato ad amministrare le cresime a 72 giovani ed adulti. Fu una cerimonia indimenticabile. L’ornamentazione della chiesa con rami di palme tagliate nella foresta vicino, i canti ritmati dal coro e seguiti da tutta l’assemblea, le processioni animate dalle ragazze danzatrici, tutto rivelava un’anima africana., che esprimeva sentimenti di fede e di coralità sconosciute in Europa.
Seguirono le visite alle scuole dei vari villaggi, vere fabbriche dei cittadini del futuro, dove, con mezzi rudimentali, si trasmettevano nozioni di lingua, di matematica, di scienza, e soprattutto di educazione.
E’ commovente vedere questi bambini malvestiti, ma dai bellissimi occhi, che ti guardano con curiosità ed interesse.
E dappertutto la presenza dei confratelli, vera anima di questo corpo sociale, che sembra immobile come le foreste che ci circondano, ma che esprime una vitalità sorprendente.
Sveglia alle cinque del mattino per pregare e celebrare la Messa con le suore ed i pochi fedeli che vi partecipano.Una colazione frettolosa, e via al lavoro. Ci sono i maestri da portare alle scuole distanti, ci sono gli operai che aspettano il materiale, ci sono nuove costruzioni (ancora scuole ed ancora ambulatori…), che devono essere progettate ed accompagnate dall’occhio vigile di don Sandro, diventato ingegnere.
La strade, o meglio, i sentieri, che permettono il passagio di un solo automezzo, piene di buche e di pozzanghere, rendono lunghi e difficili i movimenti dei sacerdoti (30 km. in due ore!…) e mettono a dura prova la loro resistenza.
In questi giorni anch’io ho passato molte ore in macchina per visitare quasi tutti i villaggi affidati ai nostri missionari. Anch’io ho sofferto i sobbalzi del gippone: veri viaggi digestivi…
Ma quanta vita! Frotte di bambini, che facevano chilometri per andare a scuola, donne con enormi recipienti in testa che andavano a vendere i loro prodotti nel villaggio più vicino, uomini con coltellacci, quasi unico strumento di lavoro. E capanne isolate o riunite in tre o quattro, piene di vita. Penso di non aver mai salutato tanta gentre sconosciuta, ma che rispondeva con un sorriso ed un “merci” molto affabile.
Ieri sera ho avuto un lungo colloquio con i confratelli. Abbiamo messo in comune allegrie e tristezze, abbiamo discusso la validità di questa avventura africana,, gli immensi bisogni e le nostre scarse forze.
C’è ancora un futuro per noi canonici qui? Certamente. I nostri due confratelli ne sono convinti. Ma ad una condizione: creare una coscienza missionaria tra i confratelli e tra i molti laici, che potrebbero essere inseriti in questo progetto.
E’ questo il proposito che riporto con me in Italia. Ci riuscirò? Spero di sì, con l’aiuto di Dio.
Safà, 30 dicembre 2008. Don Bruno Giuliani – Abate generale
















