di don Sandro Canton
(in “Notizie” n.62)
Amici e confratelli, permettetemi in questo articolo di dimenticare un po’ le cose che succedono a Safa, i progetti realizzati e in realizzazione, ed invece chiederci, dopo quattro anni di presenza in terra Centrafricana, che cosa abbia rappresentato per tutti noi questa scelta.
Sappiamo che non è stato facile per la Provincia Italiana dei Canonici Regolari Lateranensi operare tale scelta considerato l’esiguo e discendente numero di sacerdoti che compongono le nostre comunità e le esigenze pastorali nelle parrocchie che da lunghissimo tempo serviamo.
Credo non sia stato facile e non lo sia tuttora per alcuni confratelli ed amici accettare un impegno in terra africana quando, quasi annualmente, constatiamo l’indebolimento della nostra famiglia religiosa e l’assenza quasi totale di vocazioni.
I Canonici non nascono come ordine missionario, come moltissimi altri ordini, ma sono nella Chiesa, che per sua natura è missionaria, inviata. E nella Chiesa i carismi sono offerti dallo Spirito per il bene di tutto il Corpo. E le parti del Corpo, le più deboli, sono quelle che più necessitano di attenzione e cure. Oggi posso confermare che le giovani Chiese Africane hanno ancora bisogno di un sostegno, di una testimonianza, di un aiuto nella loro crescita: la testimonianza della comunione.
Questa è la ragione della nostra presenza ovunque. Questo è ciò che ci rende missionari. Questo ci è chiesto anche dalla Chiesa e dal popolo Centrafricano da anni ferito da lotte interne, da divisioni tribali, da ingiustizie ricorrenti che spesso segnano profondamente anche il cammino delle comunità cristiane, i loro pastori.
La testimonianza dell’unità è quanto ci viene richiesto nel nostro uscire.
Ed è tutta la Chiesa che ne farà tesoro, come farà tesoro di tutte le altre e differenti presenze e testimonianze. La Chiesa della Repubblica Centrafricana ha poco più di cento anni di vita. È cresciuta e cresce tra mille difficoltà, prima fra tutte un clero ancora non ben formato, non ancora libero da tanti vincoli tradizionali e preoccupazioni materiali, debole nella testimonianza della comunione, e per questi motivi, spesso lontano dalla gente.
La nuova diocesi di Mbaiki (15 anni di vita) sente fortemente la necessità di una testimonianza di vita comunitaria. Oggi il nostro servizio e la nostra presenza è quanto mai utile per sostenere lo sforzo del vescovo a costruire una “Chiesa famiglia”. La testimonianza della comunione poi non può rimanere indifferente allo stato di miseria nel quale versa tutta la nazione. La gente è lì, concreta, con tutto il grave fardello di ingiustizie, oppressioni, sfruttamento che grava quotidianamente sulle sue spalle. Comunione con gli ultimi, quelli più lontani, e che non arriviamo mai a pensare quanto siano realmente poveri, perchè la loro miseria oltrepassa ogni nostra immaginazione.
Non ci può essere testimonianza di vera comunione nella Chiesa senza una scelta privilegiata dei più poveri. Non si può metter fuori di casa il figlio che da problemi per salvaguardare la tranquillità e l’unità della famiglia. E vi posso dire che non c’è realmente paragone tra un povero della nostra Italia e i poveri in terra Centrafricana…
La cosa che più mi colpisce ancora è che la ‘nostra gente’ ha smesso di sognare, progettare. E senza un sogno è difficile uscire dalla miseria. Quale futuro per un giovane che non progetta? Le nostre comunità parrocchiali e tantissimi amici si sono avvicinati a questa povertà e si sono fatti uno. Ho conosciuto tante persone che hanno realmente cambiato stili di vita per arrivare ad identificarsi con i nostri amici di Safa. Si è risvegliato nelle nostre comunità una gioia di servire. Impossibilitati ad una missione concreta in terra africana, molti tra voi, però, sono diventati uno con noi, con i nostri problemi, condividendo le nostre attese. E non è poco.
Abbiamo realizzato tante cose in questi quattro anni. Ma credo che la cosa più bella che abbiamo potuto concretizzare è la nostra apertura ai più poveri, conoscerli, capire le cause della loro sofferenza, e spesso esse stanno proprio in casa nostra.
E poi ci siamo noi, Sandro, Mauro, e prima Alessandro. Quotidianamente impegnati in una trasformazione personale per poter diventare veramente Uno con i fratelli. La conversione non è facile, e fa soffrire.
Ricordatevi di noi!